12 luglio 2014

Né con Israele, né con Hamas

I fatti: Il 30 Giugno Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel, tre ragazzi israeliani, vengono trovati morti ad Hebron, trucidati da un commando di Hamas. Netanyahu, primo ministro d’Israele, comanda la rappresaglia con un bombardamento sulla striscia di Gaza, a cui prontamente risponde Hamas, anche se non in maniera altrettanto efficace. Il risultato è una strage di civili palestinesi, mentre ad Israele più che la morte è la paura a farla da padrone.

Come un copione già scritto, riesplode il conflitto tra Israele e Palestina. In realtà il confronto stavolta è ben diverso per tutta una serie di ragioni.

1)Ragione internazionale: L’area Medio Orientale è frammentata come non mai, politicamente debole. Un territorio completamente fuori controllo. Da Tunisi fino alla Siria, non vi è alcun interlocutore forte e stabile, se si esclude l’Arabia Saudita e l’Iran, con cui confrontarsi e su cui giocare le proprie mosse, non solo militari ma anche politiche. Una zona praticamente instabile, da cui ci si può aspettare qualunque sviluppo, anche il pur improbabile e fantasioso “califfato” di Abu Bakr al-Baghdadi, aspirante Sultano dell’antico Impero Musulmano d’epoca medievale.

2)Ragione interna: Sia da un lato che dall’altro i poteri costituiti sono ora in grave difficoltà.

Da un parte Hamas e Al-Fatah hanno difficoltà a mantenere il controllo del territorio. Il primo perché non ha più quella solidità nel controllo delle sue forze para-militari(l’omicidio dei tre ragazzi israeliani è stato molto probabilmente compiuto da un gruppo interno all'organizzazione che vuole destabilizzarla)e dalla caduta del governo dei Fratelli Musulmani in Egitto veri interlocutori internazionali del movimento, mentre il secondo ha subito un’involuzione negli anni, per aver rappresentato la linea meno intransigente(anche se abbastanza finta)per quanto riguarda la pace con Israele, subendo per questo l’ascesa della stessa Hamas. Le difficoltà dei due partiti principali si nota proprio dalla loro alleanza, appena stipulata, dopo anni di odio reciproco, che dovrà culminare nelle prossime elezioni in Palestina, con la scelta di un candidato congiunto.

Dall’altra Netanyahu si ritrova in un paese che oppresso dalla paura dell’accerchiamento politico-militare-religioso ancor più di prima, vista l’instabilità dei paesi vicini e il rafforzarsi delle forze integraliste chiaramente anti-Israele, chiede una soluzione radicale del conflitto. Una spinta che sta portando il governo a perdere la propria forza politica, anche per i duri attacchi dell’estrema destra che vorrebbe mettere in campo una soluzione radicale. Nonostante i numerosi bombardamenti sulla Striscia di Gaza, l’idea, infatti, è quella di occupare di nuovo i territori palestinesi.

Senza ombra di dubbio questa non è una lotta di civiltà o di liberazione. L’omicidio di tre ragazzi completamente indifesi non ha minore o maggiore valore dei morti civili palestinesi. E non ha alcun significato nel nuovo scontro, se non per giustificare l’inizio del conflitto o per continuarlo. Un gioco di potere, da una parte dell’alleanza di Hamas e Al-Fatah per difendersi dalle forze antagoniste in ascesa, dall’altra di Netanyahu che deve rispondere agli attacchi politici dell’estrema destra che vuole una soluzione radicale del problema.

Un gioco di potere dove uomini e donne vengono sacrificati all’altare della convenienza politica, da ciascun contendente.  

Oggi noi gridiamo allo scandalo per i morti civili palestinesi. Ma se nel 1967 Israele avesse perso la Guerra dei Sei Giorni contro le potenze islamiche unite contro di lei, quelli che oggi noi chiamiamo carnefici, sarebbero invece le vittime. La realtà è che Israele conta meno morti non perché sia il male ma solo perché ha una forza militare superiore rispetto al nemico, in un conflitto che dura da decenni perché tutte e due i contraenti lo vogliono.

La soluzione non può venire spontanea dall’interno, visti i giochi di potere e l’odio che da decenni si è sedimentato non solo tra palestinesi e israeliani, ma anche all’interno delle stesse fazioni nazionali. 

Se poi ci mettete il crollo politico del Medio Oriente di questi anni, il rafforzarsi delle organizzazioni integraliste anche e non solo in Palestina e la presenza di conflitti ancora irrisolti, come quello sul territorio siriano, si comprende come la zona sia diventata un calderone che potrebbe far scatenare situazioni anche più gravi. Oggi i palestinesi sono appoggiati soprattutto da Arabia Saudita e Iran, mentre Israele dagli Stati Uniti. Non è un caso che gli alleati delle due parti in causa non abbiano buoni rapporti tra loro. Fin quando non si metteranno d’accordo i veri contraenti, difficilmente vedremo la fine del conflitto tra Israele e Palestina.

Per questo io dico: Né con Hamas, né con Israele. Il nazionalismo è solo una scusa per reiterare gli interessi della propria classe sociale dominante, che sia israeliana o palestinese, camminando sulle pozze di sangue della popolazione indifesa.

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