22 gennaio 2013

Contro la pena di morte: Nessuno tocchi Caino

Niente giustifica la violenza di un uomo su un altro, men che meno l'omicidio di Stato. Quello che è accaduto in Iranoggi, l'impiccagione di due ragazzi di vent'anni, cosi come la sedia elettrica negli Stati Uniti, o le condanne a morte in Giappone, Arabia Saudita, Cina e tanti altri paesi, sono un abominio all'intelligenza umana. Se una collettività si pone allo stesso livello di un assassino(o di un criminale), allora l'unica giustificazione del suo potere di giudizio è la forza,  l'oppressione e la vendetta della collettività sull'individuo, e non certo un più alto senso di giustizia e di moralità.

La pena di morte, come qualsiasi altra pena che non determini una riabilitazione e una presa di coscienza di coloro che hanno fatto violenza su altri, è una vendetta della collettività contro coloro che hanno osato mettere in pericolo la pace sociale di cui la massa ha bisogno. Una dimostrazione di forza della moltitudine sull'individuo, sul singolo inerme ed indifeso, che ha osato rompere la quiete della moltitudine.

Questo è quello che è accaduto in Iran, sulla pubblica piazza, con madri, sorelle e fidanzate dei condannati li dietro la ringhiera a piangere, mentre la massa raccolta li intorno assisteva all'esecuzione.

Piuttosto che riconoscere l'esistenza di un problema all'interno della società, si preferisce sotterrarlo, rinchiuderlo in una cantina buia, sopprimerlo. Anche se tutto questo non impedisce il riproporsi del problema, non lo elimina alla radice, ma è una semplice vendetta degli uomini moralmente alti che noi siamo, contro i cani delinquenti. Anche se in realtà gli occhi sono gli stessi.

La criminalità non si combatte con la paura, con la repressione, ma attraverso la conoscenza e le opportunità. L'opportunità di vivere in un mondo migliore, dove nessuno sia più portato o costretto a delinquere.

Non che con queste parole si voglia giustificare le attività criminali. La vita di un uomo non è determinata solo dal mondo che lo circonda, ma anche dalle sue scelte, che possono essere giuste o sbagliate. Ma egli non si fa certo censore, ne giudica un altro, sentendosi moralmente superiore a differenza della collettività, che si erge a Dio, sentendosi in grado di poter giudicare chiunque.

Una collettività che si abbassa al più feroce degli assassini, che utilizza l'oppressione e la violenza per affermare la propria forza, è destinata a vedere la propria fine. Non esiste alcuna giustificazione all'omicidio, neanche quello di Stato. Solo una società equa, che rifiuti la violenza e le disuguaglianze sociali, può considerarsi cosi moralmente alta da giudicare un individuo.

Perché ogni persona vale più della sua peggior azione.

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